SULLA GROTTA “IS ZUDDAS” -(Santadi)- Parte 2^- Sez. B   Leave a comment


 – per:   ITALIA NOSTRA  –  SEZIONE DEL  SINIS  –  CABRAS

SULLA GROTTA “IS ZUDDAS”

(Santadi)

A MARGINE DI UN’ESCURSIONE

DI  ITALIA NOSTRA,  SEZIONE DEL  SINIS

di:

Mario Salvatore Gabriele Di Stefano

(Gruppo Ricerche Speleologiche “Edouad Alfred Martel” – Carbonia)

Luglio 1984

PARTE  SECONDA  –  Sez. B

I S   Z U D D A S


2.2 – L’esterno
                            La grotta sorge  in una zona in cui la rete idrografica superficiale, anche se ciò non sempre può risultare evidente a prima vista,  è abbastanza estesa e sviluppata.  Detta rete è costituita da corsi a carattere torrentizio che nascono dai rilievi situati nella parte Est del territorio comunale.  I letti di  detti corsi si presentano, a monte,
abbastanza scoscesi e infossati, mentre a valle sono piuttosto appiattivi e ricchi di ciottolame grossolano non cementato  e di  varia natura litologica. 
Poche decine di metri a Nord dell’edificio costruito dalla Cooperativa formata da alcuni soci dello Speleo Club Santadese  (zona del parcheggio della auto) scorre il Rio Cambudu che è formato dalla confluenza di vari rigagnoli nascenti dal Monte Chia (q. 803 m)  e  che prende il nome di Rio Murreci dopo il suo incontro con il Rio Is Cattas,  che lambisce il versante Ovest del Monte Meana (circa cento metri dal parcheggio delle auto)   e  che sfiora le case del nucleo abitato di Su Benatzu (uno dei pochi “medau”  ancora  rimasti).
 
Is Zuddas, la grotta,  si apre a circa 6 Km a Sud dell’abitato di Santadi, tra le case del “medau” di Su Benatzu
e  quelle (ormai abbandonate e diroccate)  di Is Zuddas  (circa 200 m ad Est dal parcheggio delle auto).
La cavità sorge sul versante N.N.O. del Monte Meana (q. 237 m)  che è litologicamente costituito da un calcare dolomitico databile al Cambriano medio (7), (8).
Detto calcare si presenta nel suo aspetto massivo di colore grigiastro con stratificazioni circa Nord-Sud, immersione Est ed inclinazione di circa 60°  (9).
Il sistema diaclasico principale, desumibile, dal rilievo topografico della cavità,  ha una orientazione Nord 70 Est  ed una lunghezza accertata di almeno 200 m (ma certamente è molto più esteso).
La grotta è affidata alla custodia e salvaguardia della Cooperativa “Is Zuddas”  costituita da soci del locale gruppo
speleologico.
Si arriva ad essa attraverso la carrozzabile, ora asfaltata,  che da Santadi,  attraverso Barrua, Su Benatzu,  Is Cattas  ed  Is Carillus,  conduce fino a Teulada.
 

2. 3. Descrizione       (9)
                            L’accesso si presenta con un tunnel artificiale ed è costituito da un assaggio minerario.  La grotta,
infatti,  negli anni ’60 e ’70 è stata oggetto dell’attività di una cava di onice che operava senza la necessaria autorizzazione dell’Ufficio Miniere.
Questo tunnel, è evidente,  non costituiva l’ingresso naturale   che    -oggi chiuso e non più distinguibile dall’esterno-    sorge circa a 30 metri ad Ovest  e  circa 20 metri pù in alto.
Il passaggio artificiale in questione è sbarrato, fortunatamente, da un robusto cancello apposto, ad opera dello Spelo Club Santadese,  per proteggere la cavità dai soliti … ignoti!
Percorsi i primi metri ecco i gradini opportunamente bordati da corrimano ancora in via di sistemazione.
Poco prima di arrivare alla sommità della gradinata (+6 m, circa)  sul soffitto si possono guardare comodamente i resti di vari roditori (Prolagius sardus – W.)  che costituiscono un’i interessante breccia ossifera.
 
Si arriva così alla prima sala, dalle dimensioni non particolarmente ampie (15 x 25 m) alta circa 10 m, dove l’opera degli esplosivi, nonostante il lavoro proficuo di sistemazione della S.C.S.,  è ancora evidente.
Certamente questa sala in origine doveva avere un aspetto magnifico, dato che ancora oggi si possono vedere notevoli coltrine, drappeggi  e  qualche colonna stalatto-stalagmitica.
Sulla parete sinistra, per chi si addentra nella cavità,  si osservano estese superfici ricoperte da concrezioni parietali del tipo “coralloide”.
Il pavimento della sala è costituito da terriccio e pietrame vario, resto delle splosioni.  La sala è sovrastata, sul
bordo Ovest (cioè a destra del visitatore in ingresso),  da un terrazzo situato circa sei metri più in alto  che conduce ad un secondo ingresso  (oggi opportunamente bloccato).
 
La grotta prosegue sul lato sinistro (Est)  della  predetta sala con un ampio andito, lungo una quindicina di metri, percorribile comodamente solo sul lato destro  per via della presenza di un abbondante strato di argilla sul pavimento fortemente inclinato trasversalmente al verso di percorrenza.  Qui grosse lame di roccia pendono dal soffitto a testimonianza  di vorticoso scorrimento delle acque.
Segni di scorrimento in condizioni freatiche si osservano nella volta, priva dei soliti concrezionamenti stalattitici,  ma con evidente tracce di evorsioni e brevi tunnel di condotto a pressione.
 
Superato il predetto corridoio si accede ad una saletta dalla forma sub-circolare di circa 10 metri di diametro, con la volta alta circa 12 metri quasi totalmente assente si concrezioni, con le pareti di roccia nuda ed il pavimento ricoperto da uno strato di terriccio finemente pulverulento.
Sul bordo S.E. di detta saletta si apre una imponente, ma stretta, diaclasi, percorribile solo con tecniche alpinistiche, che attraverso un passaggio situato circa 15 metri  più in alto conduceva, con una serie di arrampicate, al così detto “salone del teatro” al quale si arriva oggi, molto più semplicemente, percorrendo un breve condotto un po’ angusto e basso.
Questo condotto (naturale) risultava   -sino a non molto tempo fa-   ostruito da depositi di  “terra rossa”, residuo della dissoluzione chimica del calcare e trasportatinin loco da evidente scorrimento di acque in piena.  Oggi il passaggio è stato reso praticabile e restituito nella sua forma originale, all’opera degli instancabili amici di Santadi.

Si giunge così all’imponente “salone del teatro”  (circa 40 x 25 m  di dimensioni planimetriche e circa 15-18 m di altezza).  Non sono solo le dimensioni a colpire, ma la sua bellezza, anche se sono evidenti le tracce del passaggio dei “tagliatori”.   Abbondano le stalagmiti isolate dalle dimensioni di 80 – 150 cm di altezza e diametro variante fino ai 30 cm.   Abbondano le colate parietali e le coltrine stalattitiche, nonché le stalattiti che raggiungono anche notevoli dimensioni pur se talune recano traccia di evidenti tentativi vandalici di asportazione.
La sala del “teatro”, come le altre due che la seguono, ha tratto  chiara orgine dall’incontro di fratture di origine tettonica.
Sul bordo S.E. di questo salone abbiamo alcune concrezioni a vaschetta dalle discrete dimensioni.   Vicino a queste vaschette dei begli esempi,  rari per l’Italia  e  non troppo comuni anche in Sardegna,  di “infiorescenze” di aragonite aciculare,  comunemente  ed in modo molto impreciso dette “rose di aragonite”.
Sul lato opposto alle vaschette, sempre nel “salone del treatro”,  un a frattura di limitate dimensioni  porta  -con un piccolo salto di circa tre metri-   ad una diaclasi percorribile per breve tratto (e con opportune tecniche di grotta).  La parte inferiore di  essa è  allagata  (si osservano stalattiti sommerse)   ma la presenza di anidride carbonica sconsiglia la prolungata permanenza e la completa esplorazione  senza strumentazione opportuna.
 
A Sud delle citate vaschette si accede ad un’altra diaclasi che dopo breve tratto immette nella frattura più grande di tutta la grotta (circa 200 m).    E’ la zona  della colato stalatto – stalagmitica che alcuni chiamano il “Mosé”, situata sul lato Est della diaclasi, mentre tutto il ramo Ovest (denominato “ramo nuovo”, anche se scoperto e rilevato nel lontano 1971 dal G.R.S.-Carbonia) è la parte non percorribile al visitatore occasionale, per via degli spazi non molto ampi,  anche se è tra gli ambienti più suggestivi che si possano osservare.
Il tratto della diaclasi compresa tra il “Mosé”  e  il “ramo nuovo”   presenta una notevole frana.  Il caos di blocchi, pietrame e argilla  ne  testimoniano una non troppo lontana origine.
 
Proseguendo il percorso della diaclasi, in direzione Est,  dopo circa 70 m di “viabilità” in ambiente non più largo di 3 metri, dopo una piega ad angolo acuto verso Sud, si arriva alla “sala delle meraviglie”  che deve il suo nome alla notevole quantità di stalattiti “eccentriche”, “tubolari”   nonché  a concrezioni parietali di aragonite  aciculare.  Qui sicuramente per lunghi periodi si è avuta una notevole stabilità termica e dinamica dell’aria.  Condizioni necessarie alla formazione di certe forme cristalline.  Purtroppo non è consentita la visita a gruppi numerosi per evidenti motivi di salvaguardia di un ambiente dove   -fra l’altro-   il ricambio naturale dell’aria non avviene in tempi brevi.   E’  comunque possibile una visita a piccolissimi gruppi, purché gli  intervalli di tempo tra una visita e l’altra siano sufficientemente distanziati.
 
Ritornando a ritroso nel percorso, fino a dare le spalle alla grande frana,  ci si rende conto di guardare un’altra
notevole sala (circa 45 x 15 m di misura planimetrica e circa 8-10 m di altezza).   E’ la sala del “camposanto”,  così battezzata, nel 1971 da alcuni soci del G.R.S.-Carbonia,  perché le stalagmiti emergenti dal pavimento, quasi perfettamente piano  e  ricoperto da un terriccio rossastro di natura argillosa,  possono sembrare altrettante esili
stele.    Come detto le stalagmiti emergono dal pavimento ricoperto dal terriccio,  ma mai nessuno   -ad
oggi-   ha provato a sondare quanto sia spesso questo strato di terra rossa.
Eppure certamente le stalagmiti devono la loro origine a periodi in cui la roccia si presentava scoperta.
Evidentemente acque correnti  (non altre forme di trasporto)  devono aver depositato questi resti di dissoluzione del  calcare durante una piena prolungatasi per qualche tempo, altrimenti il deposito non avrebbe avuto l’andamento planare che possiamo oggi osservare. 
Le stalagmiti  di questa sala emergono per circa 80 – 100 cm dall’attuale livello di terra e possono raggiungere i 15 – 20 cm di diametro.  Certamente esse devono poggiare su una “crosta” calcarea, molto concrezionata,  dato che in tutta la sala,  sulle pareti,  notevoli sono le varie forme di deposizione del carbonato di calcio.
La parete Nord ed Est di questo “sacro luogo”  è completamente tappezzata di piccolissimi ed acutissimi aghetti di aragonite dal colore variante dal bianco più puro a grigio chiaro che spesso sfuma in plumbeo.
 
Attraverso una bellissima serie di vaschette a “scallops” (=dal bordo ondulato, ricamato), lasciando sulla sinistra un caos informe di massi di crollo, si arriva al “Salone del corallo” (circa 35 x 27 m;  altezza 8 m).
La sala è molto più ampia di quanto possa sembrare in condizioni di illuminazione non sufficientemente abbondante   e   tutte le pareti site sul lato Est sono rivestite da una miriade di aghetti, estremamente taglienti,  di aragonite.
Attraverso una delle tante diaclasi presenti in tutta la grotta,  proseguendo   -sul lato Est-  percorrendo uno stretto passaggio dal pavimento anch’esso costituito da vaschette, fiancheggiamo la così detta “area del corallo”.
Condizioni fisico – chimiche particolari, certamente acque sovrasature,  sicuramente non correnti,  condizioni microclimatiche particolari caratterizzate da temperature costanti e relativamente elevate,  hanno consentito  (fatto notato, ma in misura molto minore, anche in altri ambienti della grotta) lo sviluppo di concrezioni carbonatiche  di  tipo  stalagmitico  dalla  forma  coralloide  che  possono arrivare  anche  ai 30 cm di diametro e di altezza.
Non è un fatto unico per la Sardegna o per l’Italia,  ma è certamente il più notevole che sia dato vedere al visitatore occasionale.
Si tralasciano percorsi più impegnativi, ma forse in futuro praticabili,  come ad esempio una visita alla piccola
“sala rosa”,  mentre  con qualche ulteriore accorgimento sarebbe possibile una più simpatica visita alla “sala delle eccentriche”  (ultima sala visitata),  dove risalta il “lampadario”,  tutta rivestita di “ovatta”  ed eccentriche di aragonite.
Tralascio la descrizione del vecchio bacino di acqua, noto col nome di “bagno”,  dato che non tutti hanno avuto modo di visitarlo, ma credo che sarebbe utile alla comprensione dei fenomeni speleologici e degli speleo temi  che in futuro anche esso possa essere reso percorribile con più facilità.
 
La descrizione dell’osservabile esteticamente  è  terminata e  forse ho concesso troppo alla fantasia  e  poco alla reale visione delle cose. 
 
2. 4 – Speleogenesi     (10)
                           Diciamo subito, com’è ovvio,  che la cavità in esame altro non è che un tratto del paleo corso del Rio Cambudu.  Ciò può   facilmente essere desunto dall’osservazione di livelli idrici ormai fossili e dalle tracce di  scorrimento, identificabili dalle varie forme di erosione e di deposione.
La cavità, impostata su una serie di diaclasi  di discrete dimensioni (desumibili anche dal rilievo topografico),  deve la sua origine ad evidenti fenomeni tettonici su cui si è poi impostato il fenomeno carsico.
Certamente il carsismo è iniziato nel momento dell’emersione dei calcari che costituiscono il pilastro tettonico del Sulcis,  ma ha avuto modo di svilupparsi più decisamente solo dopo la notevole fatturazione della rigida roccia cambrica.
Le fatturazioni diaclasi che e quelle leptoclasiche sono diventate punto di assorbimento delle acque non solo meteoriche, ma anche di quelle correnti del paleo corso  del Rio Cambudu che proprio poche decine di metri più a Nord dell’attuale imbocco della grotta,  si incontra, come già detto,  con il Rio Is Cattas.
La cavità presenta,  un po’ in tutti i suoi ambienti,  discrete formazioni stalatto – stalagmitiche  e   contemporaneamente forme di riempimento dovute ad accumuli, anche di notevoli potenza, di fanghi e ciottolame stratificati in differenti livelli, spesso anche differentemente colorati.
 
Solo in pochi tratti la grotta si presenta senza concrezionamenti e con la roccia nuda.  In particolare la zona Est della prima sala ed il corridoio di congiungimento con la seconda,  mostrano forme di corrosione ed erosione, ma non di deposizione.   Data la morfologia di questa zona,  dove sono presenti tracce di scorrimento di acque in condizioni freatiche,    si è indotti a pensare  che questo fosse uno dei principali punti di convogliamento delle
acque  che, qui,  dovevano scorrere con grande pressione  provenienti da almeno tre ambienti diversi.  Probabilmente ciascuno dei tre adduttori doveva presentare diversi tenori di anidride carbonica e questo
avrebbe dato luogo a  corrosione per miscela di acque (11).
 
Altra caratteristica di grande importanza per l’attuale morfologia della grotta sono gli immani fenomeni di crollo dovuti probabilmente alle scosse dovute al manifestarsi di forme di vulcanismo recente (quaternario), (12).   Del
resto nelle grotte di tutto il Sulcis (meno nell’Iglesiente) è normaleosservare queste manifestazioni di crollo.
In relazione al vulcanismo recente si tenga presente che nella zona, nel raggio di circa 15 Km, ci sono ben sette sorgenti termali  (13),  (14),  (15), (16)  e che  in varie grotte del Sulcis è dato trovare acque tiepide.  Ancora,  la presenza di anidride carbonica  non è rara in grotte del Santadese,  anche in assenza di fenomeni di origine
biologica.
Esistono descrizioni più particolareggiate sul ciclo carsico della cavità (17),  ma si po’ concludere questa parte osservando che solo il così detto “ramo nuovo” si trova in uno stadio di parziale attività, mentre in tutto il resto della grotta lo stadio di senescenza è ormai avanzato (fenomeni di riempimento e di crollo),  anche se in punti isolati proprio i crollo possono aver dato luogo a fenomeni di ringiovanimento di alcuni condotti.
 
——————————————————
  (7) – Regio Ufficio Geologico d’Italia – 1938 – F° 233 – Iglesias
  (8) – M. Taricco – 1928 – Il Cambriano del Sulcis (Sardegna) –  Bollettino Uff. Geol. D’Italia – Vol. I-III  (1928)          – n°5 – pp.10-20
  (9) – F. Todde – 1972 – Grotta ²Is Zuddas²–  Speleologia Sarda – n°1 – Cagliari – pp. 5-10
(10) –  M.S.G. Di Stefano – 1974 – Una grotta da difendere:  Is Zuddas –  Primo congresso SpeleologicoEcologico Sardo – Cagliari  – 24-27 Ottobre 1974 –  Ciclostilato – pp.1-11
(11) –  A. Bini – 1978 – Appunti di geomorfologia ipogea:  le forme parietali – Atti del 5° Congr. Reg. di  Speleologia del Trentino Alto Adige – Lavis – pp.19-46
(12) –  F. Todde – 1972 – Grotta ²Is Zuddas²–  Speleologia Sarda – n°1 – Cagliari – pp. 5-10
(13) – AA.VV. – 1978 – Movimenti neotettonici nella Sardegna meridionale – Memorie della  Soc. Geolog. Ital.– n°19 – 1978 – pp.151-205
(14) –  M. Civita – 1983 – Idrogeologia – Idrogeologia del bacino minerario dell’Iglesiente – SAMIN S.p.A. –Roma – Memorie dell’Istituto Ital. di Speleologia – Sez. II – Voll. II – pag. 104
(15) –  AA.VV. – 1981 – Le manifestazioni termali del Sulcis (Sardegna Sud-Occidentale) – Periodico di Miner.– Roma – 1981 – n°50 – pp.203-255
(16) – M.S.G. Di Stefano – 1981 – Idrografia – In Carbonia: l’ambiente naturale – G.R.S. “Martel” Carbonia –Dattiloscritto –  pp.14-19
(17) – F. Todde – 1972 – Grotta Is Zuddas”–  Speleologia Sarda – n°1 – Cagliari – pp. 5-10
 

*****

2.5 – ANNOTAZIONI SULLA SPELEOFAUNA

Studi sistematici sulla speleo fauna della cavità non sono mai stati condotti.
Pietro Barbata (18)  segnala la presenza di Bolitophila cinerea (Diptera) nei primi ambienti della cavità dove l’opera distruttiva della cava di onice ha certamente profondamente alterato le condizioni ambientali.  Particolarmente si tenga
presente che l’accesso che si pratica oggi è del tutto artificiale.
Sempre P. Barbata segnala un chilopode della specie Gabrielis   e  della Micropterna fissa (Mac Lachalan) (Trychoptera), (19)(20).
Nei primi ambienti si osservano, inoltre, del Meta bourneti Simon (Araneidae), mentre negli ambienti più vasti talvolta di notano chirotteri del genere Myotis.
Opilionidi, psicotteri  ed acari  sono stati raccolti nel salone del sipario ed in quello del teatro (21).
Segnaliamo, per varla più volte osservata personalmente, la presenza di diplopodi del genere Callipus,  nel salone del teatro.
Tra i fossili ricordiamo quelli del roditore Prolagus sardus Wagner  nella breccia sul soffitto della prima salita, subito nei pressi dell’ingresso.
Abbiamo anche ritrovato un diplopode (?) fossilizzato per incrostazione, inglobato da uno spesso velo di carbonato di calcio, su una colata stalagmitica nella sala del teatro (lato Ovest) accessibile con qualche arrampicata per niente difficoltosa.
——————————————–
(18)  – P. Barbata – 1972 – Note faunistiche– In Grotta “Is Zuddas”– Speleologia Sarda – Cagliari – n°1 – pag. 10
(19)     – S. Puddu – G. Pirodda – 1974 – Catalogo sistematico ragionato della fauna cavernicola della
Sardegna
 – Rendiconti Semin. Facoltà Scienze Naturali – Univ. di Cagliari – Fasc. 3-4 – Vol. XLIII – 1973 – Bologna – pp. 151-205
(20)     – P. Barbata – 1972 – Note faunistiche– In Grotta “Is Zuddas” – Speleologia Sarda – Cagliari – n°1 – pag. 10
(21)     – S. Puddu – G. Pirodda – 1974 – Catalogo sistematico ragionato della fauna cavernicola della
Sardegna
 – Rendiconti Semin. Facoltà Scienze Naturali – Univ. di Cagliari – Fasc. 3-4 – Vol. XLIII – 1973 – Bologna – pp. 151-205
 

Pubblicato 11/02/2008 da lelledistefano in Geologia

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